#1: Diventare italiani: la storia di Anna

Clara: Ciao a tutti e benvenuti in questo nuovo episodio del Lingq Podcast.

Io sono Clara e sono la presentatrice del podcast in italiano.

Se state studiando italiano

ricordatevi che potete usare questo episodio come lezione su Lingq

insieme a tanti altri contenuti come video, serie tv, Blog, etc.

Qualsiasi cosa sia potete utilizzarla come lezione su Lingq

e imparare l’italiano tramite contenuti di vostro interesse.

Ricordatevi anche di seguirci, di lasciarci un mi piace,

o una recensione su qualsiasi piattaforma stiate ascoltando questo podcast,

perché ci farebbe veramente tanto piacere.

Oggi sono in compagnia di Anna Djordjevic, ciao Anna.

Anna: Ciao Clara.

Clara: Se ti vuoi presentare

e fare una breve presentazione per chi non ti conosce,

perché magari forse solo io ti conosco

quindi se ci vuoi raccontare un pochino chi sei, che cosa fai, etc.

Anna: Allora Clara…

Sì, noi ci conosciamo quindi qualcosa di me sai già.

Ovviamente per chi non mi conosce, io sono Anna,

di cognome faccio Djordjevic,

quindi potete immaginare che non è proprio del tutto italiano come cognome.

In effetti, sono circa 25 anni che vivo in Italia.

Considerando che ho 37 anni,

arrivo in Italia quando avevo soli 12 anni.

Nasco dove? Nasco a Negotin,

una piccolissima cittadina che dista circa 200 km da Belgrado,

che è la capitale della Serbia.

Quindi in realtà sono di origine serba.

Anna: Di adozione Italiana. Clara: Esatto, anche se non si direbbe!

Anna: Sì, hai sottolineato un aspetto

che ormai sono abituata a sottolineare in diverse situazioni.

Cioè, ogni volta chiacchiero un qualcuno e mi presento,

difficilmente credono che io non sia italiana.

Quindi è ovvio che di adozione ormai mi ritengo a tutti gli effetti italiana.

Sicuramente.

Clara: Esatto, quindi quando sei arrivata in Italia avevi 12 anni, giusto?

Anna: Sì, esattamente.

Avevo appena compiuto 12 anni.

Ero poco più che una bambina.

A quell’età mi trasferisco per un esigenza familiare.

Quindi la decisione viene presa dalla mia famiglia.

Un po’ perché mia mamma ha sempre desiderato,

ha sempre avuto il sogno italiano anziché quello americano.

A lei piaceva l’idea di poter vivere in un Paese come l’Italia.

D’altra parte, la scelta derivava anche

da una situazione abbastanza particolare del mio Paese.

La Serbia in quegli anni non vive proprio degli anni bellissimi

dal punto di vista economico, ma anche politico.

Quindi la mamma coglie l’occasione

per trasferirsi e per cercare, come si suol dire, fortuna in Italia

con l’obiettivo di dare un futuro migliore ai figli,

quindi sia a me che a mio fratello.

Quindi a 12 anni arrivo in Italia.

Il mio sogno italiano inizia nel ‘96 a Roma.

Anna: Diciamo che… Clara: Ok.

Anna: …che sono stata anche fortunata

perché il trasferimento è stato molto forte di impatto.

Perché venire da uno Stato piccolino come quello della Serbia,

ma anche da una cittadina molto piccola come la mia

che contava all’incirca 20 mila abitanti,

ad arrivare in una città come Roma…

Anna: …puoi immaginare. Clara: Uno shock.

Anna: Io mi sono trovata il Colosseo, quello vero, davanti

quando magari lo guardavo soltanto nei film o in televisione.

Anna: Capisci? Clara: É stata un’emozione particolare

una volta arrivata a Roma.

Anna: Sì, per l’età che avevo

da una parte ero consapevole di questo grande cambiamento.

Dall’altra parte idem.

Per l’età non avevo la visione di questa città enorme

e anche del cambiamento che avrei dovuto vivere

in primis la lingua.

Sono arrivata in un mondo non mio,

dove si parla un’altra lingua che non è la mia,

della quale io sapevo zero.

Quindi, in realtà, non avevo proprio idea,

a parte quelle due, tre paroline che vengono usate in tutto il mondo,

ma l’italiano per me era una lingua totalmente sconosciuta.

Clara: E mi immagino anche per tua mamma, giusto?

Quindi siete arrivati tu, tua mamma e tuo fratello

che non sapevate parlare italiano.

Avete imparato sul posto praticamente.

Anna: Bravissima, esattamente.

Giustamente tu lo sottolinei anche per mia mamma.

Ovviamente io dico sempre che per i bambini,

quindi io lo ero e anche mio fratello, che tra l’altro è più piccolo di me,

lui aveva solo 8 anni,

sicuramente per noi era molto più semplice.

Nel senso che, puoi immaginare

sai benissimo che i bambini sono più predisposti, assorbono più velocemente.

Mentre mia mamma, nonostante fosse giovanissima

quando siamo arrivate in Italia,

aveva delle difficoltà in più.

Anna: Ti dico un’altra curiosità. Clara: Sì!

Visto che prima la mia vita era così, un po’ da nomade.

In realtà la mamma era un po’ avvantaggiata

del fatto che abbiamo vissuto anche un anno in Spagna.

Clara: Ok. Anna: Quindi prima di arrivare in Italia,

noi abbiamo vissuto un anno a Palma di Maiorca

quando io avevo 8 anni, quindi 4 anni prima di arrivare in Italia.

Forse quello è stato un pochino un precedente

che ci ha permesso di assorbire, di imparare anche meglio l’italiano.

Soprattutto per mia mamma che già era un adulta.

Insomma, i ragazzi fanno presto ad assimilare…

Anna: …e a imparare. Clara: Certo.

Anna: Ma anche a dimenticare, volendo.

Si adeguano velocemente.

Clara: Ok,quindi tua mamma aveva una base di spagnolo.

Quindi è stata un attimino più facilitata imparando l’italiano.

Anna: Sì, diciamo che lo spagnolo è rimasto molto ben marcato.

Anche oggi pensano che sia spagnola e non italiana.

Clara: Fantastico.

Anna: Forse un po’ per la somiglianza.

Anna: Si fa presto anche a confondere. Clara: Certo.

Anna: O avere quell’accento che fa credere che possa essere spagnola e non italiana.

Ha un po’ anche le sembianze di una donna scura.

È molto spagnola dall’aspetto.

Clara: Tua mamma ha imparato l’italiano vivendo e lavorando in Italia.

Mentre tu sei andata a scuola in Italia, tu e tuo fratello.

Anna: C’è una piccola parentesi qui.

Sì, la mamma si è trasferita qualche mese prima di noi

per un aspetto pratico e burocratico,

quindi per sistemare un po’ di cose.

Dovendo lavorare sin da subito,

si è subito rapportata con italiani e con le persone del posto.

Io e mio fratello abbiamo avuto un periodo di stallo, di fermo.

Finché la mamma non ha sistemato tutta la documentazione e la parte burocratica,

non frequentavamo una scuola, quindi è passato qualche mese.

Clara: Ok.

Anna: All’epoca era difficile per noi, e soprattutto per me a 12 anni,

uscire fuori a giocare con altri bambini.

Era abbastanza difficoltoso perché mi rendevo conto di non poter comunicare.

La voglia di incominciare la scuola era tanta,

però abbiamo dovuto aspettare qualche mese.

In quel mese noi, come tutti i bambini, guardavamo la TV.

Anna: Ok? Clara: Certo.

Clara: Certo.

Anna: Guardavamo la TV,

io a quell’età guardavo anche qualche film, qualcosa del genere.

E una delle prime cose che ho notato,

che è la netta differenza tra l’Italia e la Serbia,

è proprio il fatto di guardare film doppiati,

quindi in lingua italiana, giusto?

Clara: Certo.

Mentre in Serbia non è così, giusto?

Anna: In Serbia non funziona così.

I film sono in lingua originale.

Ho visto tutti i film americani in lingua originale con i sottotitoli, ok?

Clara: Ok.

Anna: Questo magari è un aspetto che

un popolo come il nostro che ha questa predisposizione

per la lingua inglese, è dovuta anche a questa cosa.

Tanti bambini non sanno neanche leggere finché non iniziano la scuola

sono abituati ad ascoltare in lingua inglese,

ad ascoltare quei film, e quindi a farsi l’orecchio.

Quindi ad abituare l’orecchio ad ascoltare quel film in lingua madre.

Un po’ per tornare indietro,

io quando arrivo in Italia dico:

Cavoli, ma quindi qui non ci sono i sottotitoli.

Oppure: “Se fossero stati in inglese forse avrei capito qualcosa in più”.

Lì sei costretto, ma bene

perché è un metodo che mi ha aiutato tantissimo

a guardare anche perché, appunto, non andando a scuola,

non avendo amici,

si stava abbastanza davanti alla televisione.

Quindi è stata una buona partenza perché

abitualmente ascoltavo in italiano film, cartoni e via dicendo.

Clara: Ecco, questa cosa è interessante

perché tu, nonostante vivessi in Italia e potessi uscire a parlare con le persone,

non andando a scuola e non avendo conoscenti con cui parlare,

hai imparato l’italiano come fanno tante persone che lo imparano all’estero.

Cioè guardando i film e le serie tv.

Anna: Sì, in poche parole sì.

Anche se inizialmente mi ricordo che la cosa era abbastanza comica.

Ti trovi a guardare persone fare battute, sorridere,

scambiare frasi,

e tu sei lì che guardi e dici:

Ok, sto guardando un qualcosa di cui non capisco assolutamente nulla.

In realtà è una cosa che poi piano piano viene da sé.

Io non me lo so spiegare da un punto di vista esperto.

Per esperienza so che pian piano

il tuo cervello comincia ad abituarsi a quel suono,

comincia ad associare, a captare alcune parole

e poi piano piano a capire il contesto del discorso,

pur non sapendo e non capendo esattamente ogni singola parola.

Però è una cosa che viene naturalmente, insomma.

Secondo me è una cosa quasi naturale.

Ad oggi potrei dire che è un percorso naturale,

quindi non mi fa nemmeno paura il pensiero di ritrovarmi in una situazione simile,

magari trovarmi un altro paese,

ripartire da zero e quindi dover imparare un’altra lingua.

Forse perché è un’esperienza che ho vissuto.

Clara: Certo, ormai hai il tuo metodo che è testato.

Quindi lo puoi riutilizzare con altre lingue, volendo.

Anna: Sì, anzi il mio consiglio è anche per chi

si trova a farlo perché si è trasferito per lavoro,

perché si trova in una situazione dove è quasi

“costretto” a dover imparare la nuova lingua.

Il mio consiglio spassionato è proprio quello di buttarsi un pochino,

di non aver paura,

soprattutto quando nella fase iniziale ti rendi conto che

quella lingua ti sembra quasi impossibile da apprendere.

Quindi, il mio consiglio è di darsi del tempo,

di non aver paura nemmeno di sbagliare nel metterla in pratica,

perché comunque più la mettiamo in pratica più la usiamo,

più sbagliamo e più abbiamo anche la possibilità di capire l’errore,

di correggerci e quindi perfezionarla piano piano nel tempo.

Clara: Quindi ora in famiglia, con tua mamma o con tuo fratello

cosa parlate? Parlate in serbo, in italiano o un misto?

Come funziona?

Anna: Mi piace questa domanda, grazie per la domanda perché mi dà la possibilità

di dirti quello che è il mio pensiero rispetto a questa cosa.

Perché ormai siamo un mix, le famiglie sono miste,

i figli sono abituati a usare più lingue, a parlare più lingue.

Con me e mio fratello, essendo arrivati da piccoli,

soprattutto lui, si rischiava un po’ di perderla nel tempo questa lingua.

Considerando che noi eravamo a scuola, la mamma lavorava,

il tempo che poi ci rimaneva per stare insieme,

per parlare tra di noi, era sicuramente minore

rispetto al tempo che avevamo a disposizione per usare la lingua italiana.

Ci siamo un po’ imposti, passami il termine.

Ci siamo detti “Ok, in casa è importante parlare la nostra lingua,

è importante non perderla e tenerla viva in qualche maniera.

È chiaro che ci sono dei momenti dove

ci viene quasi più semplice inserire qualche parolina in italiano.

Questo soprattutto lo fa mio fratello.

Io mi rendo conto che quando lui lo fa, cioè inserisce qualche parola in italiano,

automaticamente anche io poi tendo a rispondere in italiano.

Diciamo che se ci senti parlare, senti un po’ una lingua ibrida a volte.

Clara: Un mix.

Anna: Esattamente, è un mix di diverse lingue.

Premesso questo, cerchiamo veramente di mantenerla,

di leggere magari degli articoli anche nella nostra lingua,

di leggere qualche libro nella nostra lingua soprattutto.

Questo immagino che lo sai, anche per le tue conoscenze riguardo le lingue,

è importante leggere perché in Serbia usano il cirillico.

A maggior ragione è importante non solo leggere nella nostra lingua,

ma leggerle scritte in cirillico.

Clara: Assolutamente.

Anna: Cerchiamo di mantenere questa cosa.

Io ho una bimba che nasce in Italia, è nata in Italia,

con la quale non ho spinto tanto

nell’usare la mia lingua, quindi la lingua madre.

Puoi immaginare che tantissime volte le mamme o i papà che sono bilingue

tendono a parlare con i figli fin da subito nella propria lingua.

Io un pochino questa cosa ho scelto di non farla,

forse perché per me era importante che lei sapesse comunicare sin da subito

con i suoi coetanei, con i suoi compagni in lingua italiana.

Clara: OK.

Anna: Per non trovarsi mai in difficoltà rispetto a questo.

È chiaro che per il discorso che ci siamo fatti prima,

un po’ per l’orecchio che man mano si abitua a forza di ascoltare una lingua,

la stessa cosa vale anche per mia figlia.

Cioè lei è abituata ad ascoltare la mamma

che parla con la nonna o con lo zio in lingua serba.

Diciamo che è abituata e anche avvantaggiata nell’assorbirla.

Magari si vergogna a usarla con me, però qualche parolina la usa ogni tanto.

Sicuramente è una lingua che cercherò di trasferirle nel tempo,

però non ho forzato la mano in questo senso.

Clara: Ok quindi il serbo che conosce tua figlia

è solo quello che sente parlato da te o comunque dalla tua famiglia

oppure a volte magari guarda qualche cartone o qualcosa in serbo?

Anna: In realtà è più un discorso di sentirlo in famiglia.

Poi avendo tantissimi parenti ancora lì, cugini, zii che vivono in Serbia,

alla classica videochiamata che ci fanno i parenti per parlare con noi,

lei per partecipare a queste riunioni in videochiamata

è portata magari a dover dire qualche parolina

o di captare, di capire qualcosa in più di quello che dice il nonno, la zia…

In realtà è sempre perché si rapporta con noi.

difficilmente chiede di vedere qualcosa in serbo.

Piuttosto in inglese sì,

però in serbo ancora non sente questa forte esigenza.

Quindi non so se è una cosa che cercherò di fare con naturalezza

come l’ho vissuta io, cioè non deve essere per lei un obbligo.

Sicuramente la curiosità c’è, la predisposizione c’è

e c’è anche la fortuna di avere noi che tra noi continuiamo a usarla come lingua.

Clara: Perfetto, fantastico.

Diciamo che hai voluto che tua figlia imparasse l’italiano per poter comunicare,

perché nella tua vita la comunicazione è una cosa che ti sta molto a cuore, no?

Anna: Assolutamente sì.

Giusto per concludere questo discorso delle lingue perché ho sempre visto,

sono scelte eh, però ho sempre visto un po’ una cosa anomala

una famiglia che viene da un altro paese con i figli che nascono in Italia,

nei primi anni non sanno parlare ancora italiano.

Non andando a scuola interagiscono

solo in lingua d’origine dei genitori, giustamente.

Quindi si trovano magari in un parco, in un giardino

a non poter comunicare con altri bambini.

Quindi questa è un po’ una scelta mia del tutto personale.

Per me era importante questa cosa.

Detto questo, giustamente tu hai sottolineato

quanto la comunicazione per me è fondamentale e importante.

Penso che

ogni lingua ha la sua parte bella, la sua parte poetica,

ma fatto sta che ovunque ci troviamo, in qualsiasi Paese ci troviamo,

qualsiasi lingua vorremmo imparare un domani

per poter comunicare con le persone di quel posto,

sono sempre dell’idea che c’è tanto, c’è tantissimo.

Cioè, oltre a impararla correttamente,

c’è tanto altro che poi nel tempo si acquisisce

per poter comunicare, usare quella lingua per farci capire,

per essere più chiari possibili

e per veicolare e portare avanti quello che è il nostro messaggio.

Io sì, l’ho fatto diventare un lavoro.

Quindi in realtà mi guardo indietro e dico

quella bambina che era davanti alla televisione

e guardava con gli occhi sgranati

perché non capiva niente di quello che dicevano in TV,

oggi invece si trova a farlo in maniera minuziosa,

a farlo in maniera dettagliata

perché mi occupo di marketing e comunicazione di un brand italiano,

un brand fiorentino di cosmetici.

Quindi nel tempo ho dovuto coltivare,

leggere tanto, formarmi tanto.

Non si smette mai, quindi non è che ho smesso, anzi!

Nel momento in cui pensi di sapere tutto è lì che scopri che ti manca qualcosa.

Quindi sicuramente comunicare nel modo giusto,

trasferire il proprio messaggio in maniera semplice però chiara,

in maniera concisa,

questo per me oggi è un lavoro, assolutamente.

Quindi, guarda un po’ una lingua che non è mia

in realtà è diventata a tutti gli effetti mia.

Io penso, ragiono in italiano,

cerco di curarla, di arricchirla come lingua sempre di più, questo sì.

Clara: Fantastico.

Io ti ringrazio tanto Anna per questa chiacchierata.

Mi ha fatto molto piacere.

Spero anche che le persone che stiano ascoltando questo podcast la apprezzino.

Anna: Grazie a te Clara, grazie per la tua disponibilità,

per il tuo lavoro, e per il tuo modo di approcciarti e di comunicare.

Clara: Grazie mille, Anna, ciao. Anna: Ciao a tutti, ciao.

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